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Essere umani in un mercato (ir)razionale: il ruolo della finanza comportamentale

di Marianna Randazzo, Junior Training Specialist di Excellence Education

Nel 1999, un articolo dell’Economist dal titolo “Rethinking thinking” apriva con la seguente domanda: “Are economists human?” “Gli economisti sono esseri umani?” e indagava il ruolo delle emozioni all’interno delle dinamiche di investimento attraverso la cosiddetta finanza comportamentale[1]. Ma cosa si intende per finanza “comportamentale”?

Finanza comportamentale e Prospect Theory

La finanza comportamentale è un ramo dell’economia finanziaria che comincia a emergere tra la fine degli anni ’70 e gli anni ’80, quando gli psicologi cognitivi Daniel Kahneman e Amos Tversky iniziano a mettere in discussione le basi delle teorie economiche tradizionali. Fino ad allora, si era creduto che l’uomo affidasse le sue scelte solo a deduzioni logiche e a principi morali, ignorando del tutto le emozioni. Secondo i due studiosi, invece, le emozioni e i fattori non razionali hanno degli effetti non indifferenti sulle scelte di investimento. Attraverso delle tecniche di psicologia cognitiva, spiegarono che esistono tutta una serie di anomalie nel processo decisionale economico razionale e come gli individui effettivamente si comportano di fronte a una decisione: è la Prospect Theory, la teoria del prospetto, la quale, attraverso delle evidenze empiriche, si occupa delle decisioni degli individui in situazioni di rischio e di come queste possono cambiare al mutare di determinate condizioni.

Sono due le conclusioni principali della Prospect Theory:

  1. Gli individui valutano le decisioni in termini di guadagni e perdite e non in termini di ricchezza complessiva: ci si sofferma solo su una determinata opzione che influisce sui risultati finanziari invece di valutare la situazione finanziaria nel complesso;
  2. Gli individui assegnano pesi decisionali diversi a seconda delle circostanze. Per quanto riguarda una situazione di guadagno, le persone dimostrano un’avversione alla perdita più che una propensione al perseguimento del guadagno stesso. Al contrario, in situazione di perdita, si verifica un “reflection effect” in cui gli individui tendono a concentrarsi principalmente sulla situazione finale di ricchezza ignorando la perdita iniziale[2]. Le slot machine del casinò possono essere un buon esempio: il giocatore non dà importanza alle piccole e frequenti perdite in favore della vincita attesa. Spesso, la somma delle piccole perdite è però maggiore delle poche vincite ottenute.

La Prospect Theory di Kanheman e Tversky ci conduce verso un ulteriore aspetto della finanza comportamentale che in realtà è possibile adattare a qualsiasi ambito della vita quotidiana di ognuno di noi: i bias cognitivi.

I bias cognitivi non sono altro che degli errori di giudizio, delle distorsioni comportamentali che automaticamente conducono l’individuo verso scelte sbagliate. Si tratta di un comportamento indotto, una sorta di predisposizione all’errore che tutti, o quasi tutti, sperimentano quotidianamente nella loro vita[3]. Esistono numerosi tipi di bias che spiegano molto bene il comportamento irrazionale dell’essere umano che ben si declinano nell’ambito economico e finanziario provando che, di fatto, gli economisti sono esseri umani.

Vediamone alcuni.

Il bias dell’overconfidence

È la tendenza dell’essere umano a sovrastimare le proprie abilità e capacità e a non considerare tutti i potenziali rischi. Molto spesso non ce ne accorgiamo, ma capita a tutti di ritrovarsi nella trappola dell’overconfidence, che si tratti di contesto lavorativo o meno.

Il bias da ancoraggio

È la tendenza a fare affidamento sulla prima spiegazione che ci viene fornita. Che sia un investimento o la scelta di cosa mangiare per cena, il cervello umano interpreta l’informazione più recente come corretta (si “àncora”), distogliendo lo sguardo da una visione oggettiva portando talvolta all’errore.

Il bias dell’effetto gregge

È quel bias che si verifica nel momento in cui ci si fida del giudizio della maggioranza, smettendo di considerare il nostro. Si cerca di conformare le nostre idee a quelle degli altri, pensando che il gruppo, la massa, abbia sempre ragione.

La finanza comportamentale applicata a un caso reale: la crisi finanziaria 2007-08

Ritorniamo alla domanda iniziale posta dall’Economist nel 1999: “Are economists human?”. La risposta definitiva ce la dà un ormai emblematico “case study” che però ha segnato la vita di molte persone negli ultimi vent’anni: la crisi finanziaria del 2007-08.

Non ci soffermeremo sul racconto della crisi dal punto di vista finanziario, ma proveremo a dare una dimostrazione del fatto che ciò che è avvenuto in quegli anni può avere anche una spiegazione comportamentale. Lo spiega bene la Prospect Theory vista sopra: in tempi di crisi si tende ad abbandonare l’approccio razionale in favore di uno più emotivo ed empatico.

Quando si investe, infatti, le persone sono guidate da sentimenti di ambizione o di paura. Chi ha ambizione, spinto dall’illusione del guadagno facile, continuerà ad assumersi rischi sempre più grandi; chi ha paura, vedendo le proprie azioni crollare per un periodo prolungato, comincerà a vendere causando un ulteriore crollo dei prezzi. Entrambi i comportamenti diventano così i principali fattori trainanti delle crisi finanziarie. Tuttu gli esempi di bias qui descritti possono facilmente essere trovati nella crisi finanziaria:

  • Overconfidence: l’eccessiva fiducia mostrata da investitori e analisti ha portato a una errata valutazione del rischio di mercato che non ha tenuto conto degli squilibri e delle vulnerabilità che già erano in superficie.
  • Ancoraggio: la prima informazione che ci viene fornita non sempre è quella corretta e così è successo anche durante la crisi finanziaria. Le banche si fidarono della valutazione sui titoli strutturati collateralizzati dai mutui, classificati inizialmente come AAA (il punteggio massimo) dalle principali società di rating. I titoli, come tutti sappiamo, si rivelarono junk, spazzatura.
  • Effetto gregge: molte persone ignorarono il rischio di deprezzamento del valore delle case che facevano da collaterale al mutuo, perché è così che facevano tutti; le banche di investimento, dal canto loro, riempirono i loro bilanci di mutui cartolarizzati, perché è così che facevano tutti. In entrambi i casi, il crollo del prezzo delle case e dei titoli cartolarizzati causarono lo scoppio della bolla facendo andare in default i mutui e rendendo carta straccia gli asset bancari.

La crisi finanziaria del 2007-08 è un doloroso capitolo nella storia economica che ha dimostrato in modo tangibile la rilevanza della finanza comportamentale. Al di là dei numeri e dei grafici, la crisi è stata plasmata dalle emozioni umane, alimentate dall’ambizione e dalla paura, i motori delle decisioni finanziarie. In questo scenario, le teorie elaborate da Kahneman e Tversky hanno fornito un quadro illuminante.

Attraverso lo studio della finanza comportamentale e l’analisi dei bias cognitivi si possono sviluppare strategie di investimento più robuste di fronte alla complessità delle emozioni umane nello scenario finanziario.


[1] The Economist, 1999 https://www.economist.com/christmas-specials/1999/12/16/rethinking-thinking.

[2] Kahneman, D., Tversky, A., Prospect Theory: An Analysis of Decision under Risk, Econometrica, 1979, 47(2), 263–291.

[3] Cervellati, E. M., Finanza comportamentale e investimenti – Oltre l’approccio tradizionale per comprendere gli investitori, Milano, McGraw-Hill, 2012.

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